Capelli

La foto che vedete accanto è di una simpatica mucca con capelli ed è stata scattata in Finlandia qualche anno fa. Ho voluto mettere la sua immagine per parlare della parola “capelli”. Li ho tagliati la settimana scorsa. In particolare nell’adolescenza i capelli diventano un pò l’icona di noi stessi: arruffati, ordinati, colorati, corti, lunghi…

Il poeta contemporaneo Giovanni Raboni in una sua poesia intitolata “Contestazione” parla proprio di come spesso tentiamo di essere trasgressivi, ma in realtà siamo prigionieri:
“Una, improvvisamente
s’alza dal letto dicendo
«questo non si può fare». E s’agita, tira fuori
roba dai cassetti nella spazio impiccato
tra comò e attaccapanni, a momenti
fa cadere la lampada, il catino – e
fiera nelle sue scarpe davanti allo specchio
dove affiora la nebbia, ogni
tanto toccandoli col palmo della mana infonde
il fissatore-insetticida sui capelli.”

Rainer Maria Rilke invece nella sua poesia “Avvertimento” descrive un meraviglioso quadretto poetico lanciando un messaggio di serenità, dove i capelli sono metafora delle ragnatele che spesso imprigionano l’essere umano. I fiori sono i doni della vita e le nostre speranze, che spesso non sono assaporate a causa delle complicazioni che ci assillano. Ecco i versi di Rilke:

“Non cercare di comprendere la vita!
E allora ti sarà tutta una festa….
Lascia che ogni giorno incontro a te
prorompa inopinato
siccome il bimbo, correndo nel vento,
lascia ogni brezza regalargli fiori.
Non si china a raccoglierli dal suolo.
Li discioglie pian piano dai capelli,
ov’eran prigionieri.
E nuovamente, poi, tende le mani
ai giorni in boccio che saran domani.”

Per me dare un taglio ai capelli è veramente difficile. E’ proprio una decisione, nel senso etimologico del termine. La parola decisione infatti deriva dal latino de-caedo che vuol dire appunto tagliare, toglier via.
Ed ecco una poesia che descrive un taglio, con una decisione però imposta. E’ un testo di Umberto Saba dal titolo “La fanciulla” contenuta nella sua raccolta “Trieste e una donna”, che contiene anche la magnifica “Città vecchia”.

“Chi vede te vede una primavera,
uno strano arboscello, che non reca
fiori, ma frutta.
Un giorno ti tagliavano i capelli.
Stavi, fra il tuo carnefice e la mamma,
stavi ritta e proterva;
quasi un aspro garzon sotto la verga,
a cui le guance ira e vergogna infiamma,
luccicavano appena i tuoi grandi occhi;
e credo ti tremassero i ginocchi
dalla pena che avevi.
Poi con quale fierezza raccoglievi
quel tesoro perduto,
quel magnifico tuo bene caduto,
i tuoi lunghi capelli.
Io ti porsi uno specchio. Entro la bruna
chioma vi tondeggiava il tuo bel volto
come un polposo frutto.”

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