Cosa vuol dire la parola Follia?

Il mio pensiero oggi è rivolto alla parola Follia. La nostra vita quasi ruota intorno a questa parola. Follia: impazzimento generale capace di compiere le azioni più truci, che leggiamo nelle pagine di cronaca; ma anche slancio immenso d’amore verso chi ti sta a cuore fino all’estremo limite.

Follia deriva dal latino “follis” che vuol dire “pallone”. Col tempo nell’evoluzione della lingua latina “follis”, viene sostituito da “fatuus”, per intendere metaforicamente una “persona che ha la testa vuota”.

Quindi il significato letterale di folle è “colui che ha perso la ragione”. Questo per quanto riguarda il suo significato etimologico.

Follia: stranezze dell’adolescenza, confusione nella senilità, come quella descritta da Shakespeare nella sua tragedia “King Lear”, avidità ossessiva dei potenti.

Ma c’è stato qualcuno che ha scritto addirittura un “Elogio della Follia”. E’ stato Erasmo da Rotterdam intorno al 1500. Si tratta di un’opera che ha per protagonista la Follia stessa, che fa proprio un elogio e si presenta dal suo estremo negativo all’estremo opposto, che consiste nella fede di Cristo, che è follia della Croce, come San Paolo stesso la definisce.

La Follia per Erasmo da Rotterdam è quindi rivelatrice di Verità. Infatti la Follia dice: “in me non c’è posto per il trucco, non fingo con la mia espressione qualcosa di diverso da ciò che si nasconde nel cuore. A me è sempre piaciuto dire tutto quello che ho sulla punta della lingua”.

Aldo Palazzeschi ha chiuso una sua poesia con questi versi che ho sentito dai tempi del liceo sempre un po’ anche miei: “Non scrive che una parola, ben strana, la penna dell’anima mia: “Follia”.

Il pensatore arabo Gibran ha scritto un’antologia di favole allegoriche, frutto della sua smisutata saggezza, intitolata proprio “Il Folle”. Ve ne riporto un pezzo:

Mi chiedi in quale modo io sia divenuto folle. Accadde così: un giorno, assai prima che molti Dei fossero generati, mi svegliai da un sonno profondo e mi accorsi che erano state rubate tutte le mie maschere – le sette maschere che in sette vite avevo forgiato e indossato – e senza maschera corsi per le vie affollate gridando: “Ladri, ladri, maledetti ladri”.
Ridevano di me uomini e donne, e alcuni si precipitarono alle loro case, per paura di me.
E quando giunsi nella piazza del mercato, un giovane dal tetto di una casa gridò: “E’ un folle”. Volsi gli occhi in alto per guardarlo; per la prima volta il sole mi baciò il volto, il mio volto nudo. Il sole baciava per la prima volta il mio viso scoperto e la mia anima avvampava d’amore per il sole, e non rimpiangevo più le mie maschere. E come in trance gridai: Benedetti, benedetti i ladri che hanno rubato le maschere”.
Fu così che divenni folle.

E ho trovato nella follia la libertà e la salvezza: libertà dalla solitudine e salvezza dalla comprensione, perché quelli che ci comprendono asserviscono qualcosa in noi.
Ma che non mi vanti troppo di essere in salvo. Anche un Ladro in un carcere è salvo da un altro ladro.”

Ma voglio concludere questa parola con un pezzo tratto dalla “Carriola” di Luigi Pirandello, che ha per protagonista un grande giurista, professore, padre di famiglia, che quando nessuno lo vede, esce dalle forme in cui la vita lo ha confinato, lo ha imprigionato e cosa fa nei momenti di relax? Prende le zampette della sua cagnolina e le fa fare la carriola.

“Ho una vecchia cagna lupetta, da undici anni per casa, bianca e nera, grassa, bassa e pelosa, con gli occhi già appannati dalla vecchiaia.
Tra me e lei non c’erano mai stati buoni rapporti. Forse, prima, essa non approvava la mia professione, che non permetteva si facessero rumori per casa; s’era messa però ad approvarla a poco a poco, con la vecchiaia; tanto che, per sfuggire alla tirannia capricciosa dei ragazzi, che vorrebbero ancora ruzzare con lei giú nel giardino, aveva preso da un pezzo il partito di rifugiarsi qua nel mio studio da mane a sera, a dormire sul tappeto col musetto aguzzo tra le zampe. Tra tante carte e tanti libri, qua, si sentiva protetta e sicura. Di tratto in tratto schiudeva un occhio a guardarmi, come per dire:«Bravo, sì, caro: lavora; non ti muovere di lì, perché è sicuro che, finché stai lì a lavorare, nessuno entrerà qui a disturbare il mio sonno.»

Così pensava certamente la povera bestia. La tentazione di compiere su lei la mia vendetta mi sorse, quindici giorni or sono, all’improvviso, nel vedermi guardato così.
Non le faccio male; non le faccio nulla. Appena posso, appena qualche cliente mi lascia libero un momento, mi alzo cauto, pian piano, dal mio seggiolone, perché nessuno s’accorga che la mia sapienza temuta e ambita, la mia sapienza formidabile di professore di diritto e d’avvocato, la mia austera dignità di marito, di padre, si siano per poco staccate dal trono di questo seggiolone; e in punta di piedi mi reco all’uscio a spiare nel corridoio, se qualcuno non sopravvenga; chiudo l’uscio a chiave, per un momento solo; gli occhi mi sfavillano di gioia, le mani mi ballano dalla voluttà che sto per concedermi, d’esser pazzo, d’esser pazzo per un attimo solo, d’uscire per un attimo solo dalla prigione di questa forma morta, di distruggere, d’annientare per un attimo solo, beffardamente, questa sapienza, questa dignità che mi soffoca e mi schiaccia; corro a lei, alla cagnetta che dorme sul tappeto; piano, con garbo, le prendo le due zampine di dietro e le faccio fare la carriola: le faccio muovere cioè otto o dieci passi, non piú, con le sole zampette davanti, reggendola per quelle di dietro.

Questo è tutto. Non faccio altro. Corro subito a riaprire l’uscio adagio adagio, senza il minimo cricchio, e mi rimetto in trono, sul seggiolone, pronto a ricevere un nuovo cliente, con l’austera dignità di prima, carico come un cannone di tutta la mia sapienza formidabile.
Ma, ecco, la bestia, da quindici giorni, rimane come basita a mirarmi, con quegli occhi appannati, sbarrati dal terrore. Vorrei farle intendere – ripeto – che non è nulla; che stia tranquilla, che non mi guardi così.

Comprende, la bestia, la terribilità dell’atto che compio.

Non sarebbe nulla, se per scherzo glielo facesse uno dei miei ragazzi. Ma sa ch’io non posso scherzare; non le è possibile ammettere che io scherzi, per un momento solo; e seguita maledettamente a guardarmi, atterrita”.