Parola

[fblike]paroleIeri mi è accaduta una cosa che mi ha fatto soffermare sulla parola “parola” .

Il dizionario dice che “la parola è un suono o un insieme di suoni che messi secondo una particolare covenzione esprimono un significato”. Dal punto di vista etimologico “parola” deriva dal verbo greco “para ballo”, che vuol dire “giro intorno a qualcosa”.

In semiotica De Saussure fa una distinzione tra “lingua” e “parola”. La lingua è “un fatto sociale”, un mezzo inventato dall’uomo per comunicare, mentre la parola “è un atto che dipende dalla nostra singola intelligenza”.

Ne pronunziamo tante, anche troppe e spesso inutili, per colmare frustrazioni e svuotare le coscienze. Hanno un potere enorme: quello di dare speranza, di far ridere, di farci conocere altre persone. Hanno anche il potere di ferire, di farci stare male e di togliere la speranza.

Gibran a proposito delle parole ha scritto: “Tra voi ci sono quelli che per non stare soli cercano gli uomoni loquaci. il silenzio della solitudine scopre la loro nudità e vorrebbero fuggirla. E vi sono quelli che, senza consapevolezza o prudenza, parlano di verità che non comprendono. E quelli invece che hanno dentro di sé la verità, ma non la esprimono in parole. Nel loro petto lo spirito dimora in armonico silenzio”.

Umberto Saba ha intitolato una raccolta poetica “Parole”. Saba invita gli uomini a guardarsi dentro, a cercare un luogo “vero”, lontano dalla “menzogna”:
“Parole,
dove il cuore dell’uomo si specchiava
Per-nudo e sorpreso- alle origini; un angolo
cerco nel mondo, l’oasi propizia
a detergere voi con il mio pianto
dalla menzogna che vi acceca. Insieme
delle memorie spaventose il cumulo
si scioglierebbe, come neve al sole”.

Ma voglio concludere un altro poeta che amo molto, Eugenio Montale, e la sua poesia intotolata”Le parole”

Le parole
se si ridestano
rifiutano la sede
più propizia, la carta
di Fabriano, l’inchiostro
di china, la cartella
di cuoio o di velluto
che le tenga in segreto;

le parole
quando si svegliano
si adagiano sul retro
delle fatture, sui margini
dei bollettini del lotto,
sulle partecipazioni
matrimoniali o di lutto;

le parole
non chiedono di meglio
che l’imbroglio dei tasti
nell’Olivetti portatile,
che il buio dei taschini
del panciotto, che il fondo
del cestino, ridottevi
in pallottole;

le parole
non sono affatto felici
di essere buttate fuori
come zambrocche e accolte
con furore di plausi e
disonore;

le parole
preferiscono il sonno
nella bottiglia al ludibrio
di essere lette, vendute,
imbalsamate, ibernate;

le parole
sono di tutti e invano
si celano nei dizionari
perché c’è sempre il marrano
che dissotterra i tartufi
più puzzolenti e più rari;

le parole
dopo un’eterna attesa
rinunziano alla speranza
di essere pronunziate
una volta per tutte
e poi morire
con chi le ha possedute.

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