Lettera

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lettera

Mittente e Destinatario: sono elementi essenziali da scrivere quando mandiamo una lettera raccomandata. Ecco oggi voglio soffermarmi sulla parola “lettera”. Ormai oggi parliamo molto più spesso di mail, e la parola lettera la usiamo per riferirci a cose un pò ufficiali come “la lettera del’avvocato”, “lettera del asl”, “lettera di dimissioni” etc…

In realtà per tanto tempo invece la lettera, nel senso più tradizionale, quella inviata via posta con tanto di francobollo, è stata il mezzo di comunicazione principale con cui abbiamo espresso i nostri sentimenti all’altro.

Le lettere di Baudelaire alla madre, che rappresenta un’opera letteraria, ma anche le lettere d’amore scritte da Francesco, studente alla facoltà di medicina a Roma, alla sua fidanzata Claudia.

Poi ci sono le lettere che ci fanno tradurre a scuola, quelle dei romani: le Lettere a Lucilio di Seneca, quelle di Cicerone. E parlando di scuola, penso anche alle “Ultime lettere di Jacopo Ortis all’amico Lorenzo”, scritte dal Foscolo.
In Chiesa, invece, sentiamo spesso durante le liturgie le Lettere ai Romani, ai Corinzi, ai Tessalonicesi, scritte nei primi anni del cristianesimo. E ancora ci sono tante lettere, anche quelle che scriviamo a noi stessi per sfogarci.

Ma c’è una lettera in particolare che mi sta molto a cuore. E’ la poesia, intitolata proprio Lettera, di Franco Fortini, il poeta morto nei primi anni 90, scritta a suo padre ebreo.

Lettera

“Padre, il mondo ti ha vinto giorno per giorno
come vincerà me, che ti somiglio.

Padre, i tuoi gesti sono aria nell’aria,
come le mie parole vento nel vento.

Padre, ti hanno spogliato, tradito, umiliato
nessuno t’ha guardato per aiutarti.

Padre di magre risa, padre di cuore bruciato,
padre, il più triste dei miei fratelli, padre,

il tuo figlio ancora trema del tuo tremore,
come quel giorno d’infanzia di pioggia e paura

pallido tra le urla buie del rabbino contorto
perdevi di mano le zolle sulla cassa di tuo padre.

Ma quello che tu non dici devo dirlo io per te
al trono della luce che consuma i miei giorni.

Per questo è partito tuo figlio: e ora insieme ai compagni
cerca le strade bianche di Galilea.”

E c’è un’altra poesia, a me tanto cara quanto quella di Fortini, che è stata scritta da Giuseppe Ungaretti, intitolata “Veglia”, dove il poeta scrive “lettere piene d’amore”.
“Un’intera nottata
buttato vicino
a un compagno
massacrato
con la sua bocca
digrignata
volta al plenilunio
con la congestione
delle sue mani
penetrata
nel mio silenzio
ho scritto
lettere piene d’amore

Non sono mai stato
tanto
attaccato alla vita”.

La notte in cui il poeta scrive è quella del 23 dicembre 1915, uno dei giorni in cui Ungaretti, e non solo lui, assiste all’ennesima puntata del racconto della de-creazione, durante la 1° guerra mondiale: città massacrate, macerie, scempi nelle case della povera gente… C’è un’altra lettera che mi ha colpito. E’ quella del poeta greco Manganaris, che scrive nel 1975 una “Lettera all’emigrato”:

“Non arricchire la terra straniera.
Mescola il tuo sangue con il sangue di chi è debole
per riuscire insieme e con più forza.
Torna indietro, Grecia nostra abbraccia tutti i desideri
di quelli che vivono bene e di quelli che sono afflitti
in questo luogo semini amarezze e germogliano gioie.”

Ma concludo con una frase che ha scritto Baudelaire: “Una lettera mi costa più che scrivere un volume”. Mi piace molto questa frase, e in effetti è vero…scrivere una lettera a volte può essere veramente difficile, occorre del tempo, bisogna pensare bene ad ogni singola parola, perché una volta scritte … rimangono.

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