Padre

padre[fblike]In Italia il 19 marzo si festeggia la “festa del papà”, una ricorrenza nata all’inizio del ‘900 come contraltare alla “festa della mamma”. E’ diventata una festa mondiale, anche se cade in date diverse a seconda dei paesi. Ad esempio in Norvegia, Svezia, Finlandia e Islanda si festeggia a novembre. La parola “padre” ha una etimologia simile a quella della parola “pane”. Entrambe infatti hanno la stessa radice “pà”, che nelle lingue indoeuropee veniva usata per indicare 2 concetti: “pascere/nutrire” e “proteggere”. Il padre quindi è un pò colui che dovrebbe rappresentare il nostro primo “pane” e proteggerci.

Questa figura è sempre stata immersa in un mare di complessità e in molti casi il rapporto padre-figlio non è dei migliori. Per Freud il padre è il principio di realtà. In letteratura è emblematico il personaggio di Zeno Cosini, protagonista della “Coscienza di Zeno” di Svevo, che vive un rapporto di affetto viscerale con la madre, mentre desidera fino alla fine la morte dell’odiato padre.

Di poesie dedicate al padre ne sono state scritte tantissime, forse anche troppe, nel senso che alcune le trovo un pò buoniste e scontate. Penso a Camillo Sbarbaro con i suoi versi “Padre se anche tu non fossi il padre mio/ Padre se anche fossi a me un estraneo, per te stesso t’amerei”. Oppure Alfonso Gatto, che ha intitolato una sua poesia “A mio padre”, pervasa dal suo dolce ricordo che lo raggiunge per consolarlo proprio mentre il poeta piange la crudeltà del mondo.

Per me la più bella poesia dedicata al Padre è “Lettera” di Franco Fortini. Di padre ebreo, antifascista, partigiano durante la Resistenza, Fortini scrive questa meravigliosa poesia rivolta a chi rappresenta le sue radici. Il poeta sente la storia, il dolore della stirpe di suo padre, e vuole farsi ambasciatore, portavoce di esso, attraverso la parola e la poesia.

Lettera

Padre, il mondo ti ha vinto giorno per giorno
Come vincerà me, che ti somiglio.

Padre di magre risa, padre di cuore bruciato,
Padre, il più triste dei miei fratelli, padre,

Il tuo figliolo ancora trema del tuo tremore
Come quel giorno d’infanzia di pioggia e paura.

Pallido tra le urla buie del rabbino contorto
Perdevi di mano le zolle sulla cassa di tuo padre.

Ma quello che tu non dici devo dirlo io per te
Al trono della luce che consuma i miei giorni.

Per questo è partito tuo figlio; e ora insieme ai compagni
Cerca le strade bianche di Galilea.

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